29 dicembre 2016

Il coraggio di cambiare (problemi di una matricola)



 Come ogni matricola mi sono catapultata nel mondo universitario un po’ impaurita ma felice di aver finalmente raggiunto quel tanto agognato step. I primi tempi sono stati meravigliosi: piena di entusiasmo, persone nuove, una grande città da scoprire e in cui crescere ma soprattutto una nuova autonomia con cui fare i conti.

L’università mi piaceva, avevo scelto di studiare comunicazione a Milano, nello specifico un corso che aveva anche aspetti di marketing e d’impresa. Pensavo fosse una grande opportunità per coltivare i miei interessi e per spenderli poi sul mondo del lavoro.
Anche se ancora facevo fatica a capirne il funzionamento e mi sentivo abbastanza estranea a quel mondo in cui di colpo diventi un numero e i professori non sanno neanche chi sei (al liceo ci fai merenda con i prof, figuriamoci), mi dicevo però che sarebbe stata solo una questione di tempo e di adattamento.

Vivevo la mia vita alla grande, uscivo spesso per incontrare amici, per bere qualcosa o per andare a delle feste – a Milano svolti l’angolo e ti imbatti in un evento. Ogni volta rimanevo abbagliata dallo scintillio della grande città e dal perenne flusso di persone così indaffarate e veloci.

Tutto questo riempiva la mia vita ma dall’università sentivo che stavo ricevendo poco, molto poco. Non ci pensavo mai a quello che facevo. Andavo a lezione ma spesso finiva tutto lì, io rimanevo impassibile e nulla si smuoveva dentro di me. Pensavo, beh d’altronde si sa che le prime lezioni sono le più noiose e che ci si addentra negli argomenti andando avanti con il tempo. Con tutti i miei discorsi razionali sarei andata avanti così non si sa per quanto. Anche perché lo ammetto, stare a Milano era figo e io non volevo tornare a casa per nessuna ragione.

Ma c’era qualcosa nel mio corpo che mi bloccava. Questo qualcosa un bel giorno, davanti alla valigia vuota che stavo preparando per partire il lunedì mattina seguente, si è imposto manifestandosi. Mi sono messa a piangere dicendo che io a Milano non volevo più andarci e che dell’università non ne volevo più sapere niente.

Non capivo come mai potessi aver avuto una reazione tale e per questo mi buttavo giù sempre di più, fondamentalmente perché non sapevo dove volessi arrivare.
È stata una crisi profonda, da cui non vedevo via d’uscita perché non sapevo cosa fare della mia vita e perché tutte le mie certezze erano crollate. Dalle crisi però ho imparato che nascono cose meravigliose, perché è in quei momenti che pensiamo veramente a noi e ci poniamo davanti chi siamo.

Così l’ho fatto anche io, finalmente.

Non è stato facile. Ho passato momenti in cui ho messo in discussione tutto, in cui non volevo nemmeno più fare l’università oppure un giorno parlavo di medicina e quello dopo di filosofia.

Poi mi sono ascoltata. Ho sentito che in realtà qualcosa che mi “smuovesse” dentro c’era eccome.

Mi smuoveva conoscere le passioni che ci rendono vivi, le insicurezze e le paure che ci rendono fragili, le emozioni che ci uniscono.

Mi smuoveva studiare l’uomo nel suo profondo, con tutte le sue forze e le sue debolezze.

Dove studiare tutto ciò se non in ciò che riflette - da sempre e per sempre - la nostra vita e il nostro essere uomini? La Letteratura.

Come disse Francis Scott Fitzgerald : “La parte più bella di tutta la letteratura è scoprire che i nostri desideri sono desideri universali, che non siamo soli o isolati. Noi apparteniamo”.

Ecco cosa volevo studiare.
A quel punto il resto non contava. Non mi interessava se andavo contro le aspettative degli altri o se alla fine seguivo le orme di mia madre. Non mi importava delle prospettive lavorative e nemmeno se dopo tutto sarei finita a insegnare alle medie, perché in quel momento ero sicura che stavo seguendo le mie passioni e ne ero felice.

Il mondo cambia così velocemente che probabilmente il lavoro che ci ritroveremo a fare domani, oggi non esiste.

Conviene intanto scegliere di studiare quello che ci piace, no?
Non rovinatevi la vita, cambiate, abbiatene il coraggio.


Ginevra

24 ottobre 2016

The digital revolution: persone analogiche in una realtà virtuale


La Digitalizzazione è un processo produttivo che ha bisogno di competenze che vanno strutturate. Non è un lavoro da sottovalutare né tanto meno da assegnare all’amico o al cugino perché sanno usare Facebook. Servono competenze appunto: strategia, produzione del contenuto e utilizzo degli strumenti sono solo alcune di quelle che deve avere una nuova figura professionale digital. La produzione dei contenuti internet è per il 98% spazzatura. Ecco quindi l’esigenza di coniugare questo fenomeno in termini di professione cercando di essere buoni comunicatori e avendo una visione sul contesto generale.

Con la democratizzazione di Internet tutti possono creare contenuti online quindi per essere rilevanti bisogna fare in modo che essi risultino autorevoli e veritieri. Saper comunicare bene per me si traduce in prima istanza nel saper raccontare bene le storie, d’altronde siamo e restiamo persone analogiche e fisiche anche in mezzo a questa realtà sempre più virtuale e digitale, abbiamo bisogno che i nostri sensi vengano stimolati, dobbiamo emozionarci e per questo ci piace ascoltare le storie.

Chi le sa raccontare bene e ha una buona audience si chiama influencer. Anche se questo termine oggi è molto inflazionato direi che esprime benissimo il concetto di sapere influenzare le persone attraverso il proprio racconto personale. Essere un abile narratore di sé richiede passione e interessi precisi, cultura, conoscenza dei device e delle regole di internet, oltre che capacità comunicative. E’ una pratica di affermazione di sé, un processo di crescita che passa attraverso il confronto e  la scelta. Il tutto poi mostrato  attraverso immagini e sostenuto mediante parole che diventano pensieri, idee, e alla fin fine anche tendenze. Sicuramente il campo del fashion è quello dove maggiormente il fenomeno degli (anche se quasi sempre delle) influencer si è sviluppato.

23 settembre 2016

Zia Luisa

ph: Vaccari Chiara
Skirt Lafty lie SS 2016

Sono sicura che tutte noi in famiglia abbiamo, o abbiamo avuto, una “zia Luisa“. Gonna sempre al ginocchio, appena sotto e mai sopra, camicetta sempre ben abbottonata fino al collo, chiusa magari da una spilla o un fiocco, collana di perle, borsetta a mano da tenere rigorosamente al braccio, tacchi mai esagerati, capelli ben fissati dalla lacca e occhialoni dalle lenti grosse. A casa della zia Luisa le tapparelle erano sempre abbassate “per tenere il fresco“, sulla testiera del divano erano poggiati i centrini fatti a mano, e se non ti offriva un thé era una gazzosa o aranciata. Mai Coca Cola e mai un caffè shakerato. La zia Luisa di solito era zitella, o al massimo vedova, e mai particolarmente bella. Ma molto attenta alle buone maniere e al rispetto delle regole. Era perfetta nella sua immagine, seppure a volte dissonante rispetto al resto del mondo: mentre tutto corre, la zia Luisa resta immutabile nel suo stile senza tempo.

12 settembre 2016

10 minuti e ti cambiano tutte le prospettive



Esci un’ora in bici nella tua città, nelle strade di sempre, quelle che avevi imparato a memoria e che ogni giorno percorrevi. Vai a trovare un’amica per un caffè all’università della tua città e in 10 minuti ti cambiano tutte le prospettive. Consapevole, matura, libera, ecco ora lo sei. Ora sai che dovrai spiccare. Oggi inizia una nuova vita, è ora di imparare a vivere. Sorrisi, saluti, la accompagno su, è in ritardo la lezione è già iniziata. La saluto, vai, penso, sii grande e impara a stare a questo mondo. Oggi siamo donne. Sono all’università della mia città e mi sento forte, brillante, parte di questa nuova realtà e all’altezza di starci.

Penso, perché non riprendere la bici e andare in un luogo speciale. Cuffie, musica e via giù per via Farini. Studenti universitari sono fuori in pausa, saluto qualcuno perché lì ora c’è gente esattamente come me. Non sono più la ragazzina che attenta, piano, con gli occhi bassi passava da via Farini sentendosi piccola, diretta a scuola. Oggi ci potrei essere anche io tra loro, parte dello stesso mondo. Continuo la strada e arrivo nel luogo speciale. Quella piazzetta magica, con quei pochi alberi rimasti, il venticello che ne muove le foglie, è rimasta perfettamente uguale al giorno in cui l’ho lasciata.

Io no, sono cambiata.

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